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	<title>s.Co(i)nvolto &#187; anima</title>
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		<title>Don(&#8216;t)</title>
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		<pubDate>Tue, 16 Feb 2010 17:59:02 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Avevamo immaginato, ognuno a suo modo, uno scorrere del Tempo e della nostra vita comune, certamente diverso da questo.
Tu Maestro ed io allievo di un&#8217;Arte che non si può insegnare: vivere.
Ricordo le mattine prive di catene e di obblighi, un sole pieno su luoghi in cui i pomeriggi avrebbero visto intrecciarsi storie, vite, parole, sussulti [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Avevamo immaginato, ognuno a suo modo, uno scorrere del Tempo e della nostra vita comune, certamente diverso da questo.<br />
Tu Maestro ed io allievo di un&#8217;Arte che non si può insegnare: vivere.<br />
Ricordo le mattine prive di catene e di obblighi, un sole pieno su luoghi in cui i pomeriggi avrebbero visto intrecciarsi storie, vite, parole, sussulti di una umanità destinata a ridurre con il tempo i propri orizzonti, a rinvangare la propria esistenza per trovarvi ancora tracce di fertilità mentre l&#8217;ultima stagione buona lascia posto al prossimo inverno; la si poteva osservare dall&#8217;alto, attenderne l&#8217;odore, mentre mi muovevo con sicurezza nel tuo mondo, sentendo tra le mani le redini della mio divenire.<br />
Attendevo che tutto e tutti venissero a me, <span id="more-220"></span>che la vita fluisse nei suoi larghi corridoi, come un ospite che fa gli onori di casa, come fosse stato possibile scommettere sul destino di ciascuno di loro.<br />
Sulla lingua il sapore languido della consapevolezza mentre aprivo gli occhi a cose che nessuno di loro, forse, avrebbe mai veduto o creduto.</p>
<p>Odore di tabacco e legno, dialoghi fluenti lubrificati dall&#8217;alcool, notti fredde e stellate di ombre d&#8217;umanità.<br />
Il pensiero vigile e assetato di filosofia, di letteratura, di poesia, di musica, d&#8217;arte. E poi la politica, la medicina, la psicologia, la teologia; Ognuno padrone assoluto dei propri talenti. Erano tutti li davanti a noi, presenti nel piatto al tavolo del grande Giuoco.</p>
<p><em> usare la percezione come il magnete l&#8217;ago, sulla bussola della conoscenza.<br />
</em></p>
<p>La nostra storia senza storia con una storia da costruire per essere a sua volta storia.<br />
Narciso e Boccadoro, l&#8217;uno mirabile e ammirabile in Castalia e l&#8217;altro adorante di un Teatro solo per pazzi.<br />
Tu grande stratega di un gioco che non hai mai amato, e che io amandolo ho sempre giocato, disegnando quadrati bianchi e neri sotto un indecifrabile destino.</p>
<p>E così come  i generali tengono diari per demandare strategie ed esperienze a chi gli succederà, dimentichi che gli eserciti sono composti da un&#8217;unità di anime, fatte di piccoli uomini, di umori incerti, di lievi e grandi dolori, di paure notturne al limitare dell&#8217;alba, di sonni disturbati prima della battaglia, di pensieri amari per le occasioni perdute, di imprevedibili casualità, hai demandato a me le tue battaglie, cedendomi il binocolo, le carte, i cimeli, i portafortuna e i simboli, credendo in me, immaginando ch&#8217;io trovassi il punto dove piantare il compasso e far ruotare la punta fino a disegnare un arco capace di arginare l&#8217;umana follia, loro o nostra, poco importa. Purché porvi limite. O avere certezza che non fosse mai possibile.</p>
<p>Abbiamo finito per imparare ognuno dai propri errori senza mai imparare da quelli dell&#8217;altro, cedendo alle stesse trappole, ad inganni gemelli, a piaceri placebi.<br />
Il nostro rapporto, i nostri dialoghi, il nostro modo d&#8217;intenderci è rimasto indecifrabile a chiunque ci conosceva, perfino a chi, ognuno a suo modo, credeva si saperci, di indovinarci.<br />
E adesso è così difficile esprimere quello che provo, la rabbia, il disorientamento, l&#8217;inconfessabile sconfitta.</p>
<p><em>le parole si perdono come i legami attraverso gli anni<br />
</em><br />
Troppe le cose che non so, quelle che non mi hai mai detto. Troppi i patti impliciti a cui siamo scesi. Troppe volte ho dovuto difendere ciò che non conoscevo e respingere le accuse che formavano insidiose verità.<br />
L&#8217;unica colpa è quella di non dire. Se è vero che c&#8217;è chi verrà ad elemosinare parole, ci sarà chi sul tuo silenzio saprà erigerti il patibolo.<br />
Non si tratta di giustificare, ne di dover spiegare. Coinvolgere. Questo si. Coinvolgere un fratello, un figlio, un discepolo, quell&#8217;altro te allo specchio che la vita ha generato irrimediabilmente solingo, funestamente errante nelle pieghe dell&#8217;esistenza. Avresti potuto trovare rifugio.</p>
<p>&#8220;magari al mio fianco potessi avere e contare su uno come me&#8221;. E avevi <em>uno come te</em> davanti; mentre lo dicevi, mentre non mi vedevi, mentre non volevi vederlo. Perché significherebbe sottoporsi ad un insindacabile e inaccettabile giudizio, accettare il rimprovero, tornare ad avere qualcuno a cui chiedere scusa, qualcuno a cui arrendersi, a cui mostrarsi. Tu, cos&#8217; abituato a nasconderti sotto i riflettori in piena scena, scegliendo il ruolo più incredibile, l&#8217;unico forse, che ti consentisse di interpretarne altri cento. Magistralmente, follemente, perfettamente, sbavature comprese.</p>
<p><em>sempre troppo poco trucco sotto troppa tanta pioggia<br />
</em></p>
<p>Poi i silenzi per il troppo fiato speso per le proprie vite. Così intensamente vissute da non poter essere raccontate. E tutte quelle menzogne con le quali ci siamo ubriacati, intossicati, drogati;  quelle che ci attribuiscono e quelle che da soli talmente spesso ci ripetiamo, che finiamo per crederci; finiscono per essere la nostra unica verità.</p>
<p>L&#8217;altare al quel sacrifichiamo molte delle tante alternative possibili. La nostra condanna.</p>
<p>I fili del discorso che non si riprendono, si tendono, e ogni volta che si riannodano si spezzano. Si tende a parlare di quello che crediamo sia il territorio dell&#8217;altro, inciampando.</p>
<p>Potevamo essere una  famiglia, o almeno una squadra. Invece siamo divenuti il porto in cui attraccare quando il mare apriva il maelström davanti alla nostra prua, senza mai scendere davvero, attendendo acque appena più sicure.</p>
<p>E ora in cui non sapevo dove trovarti, dove parlarti senza trovarmi davanti l&#8217;ennesima nemesi, il personaggio che ha sovrastato il maestro; ora in cui il mio maelström sembra quasi avere esaurito la sua minaccia, ora che avrei potuto trovare la forza di spiegarti, per parlarti, per raccontarti chi e cosa sono e mostrarti chi e cosa sei ai miei occhi oggi, sei sempre tu ad anticiparmi con l&#8217;ennesimo <em>coup de théâtre.</em></p>
<p>Un nuovo silenzio che hai portato dentro per lungo tempo, una nuova paura da non condividere ti costringe ad abbandonare la scena. Né cosa né perché. Questo è quello che mi concedi di sapere. Senza repliche al freddo di poco più di 160 caratteri.</p>
<p>Senza più mappe, cimeli, binocoli e portafortuna per ritrovarti o compassi per disegnare nuove rotte, o calcare nuove dighe. Mi condanni qui sul ciglio di questo molo a vegliare l&#8217;orizzonte senza sapere se mai rivedrò le tue vele tornare. Si chiama tagliare via. Un&#8217;appendice. Inesorabilmente. Forse fa più male a te che a me. Ma tu hai scelto. A me, non ne hai dato la possibilità. Non hai trovato una sola risposta per esaurire il mio rancore. Né allievo, né fratello. Né famiglia, né squadra. Niente più. Uno dei tanti.</p>
<p>E che tanto (non) mi basti.</p>
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		<title>Parole</title>
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		<pubDate>Wed, 03 Feb 2010 17:59:03 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Come voler raccogliere sassi a piene mani e toccare con la punta delle dita il fondo del contenitore.
Così avverto le mie parole. Dure, ruvide, poche.
Ritrovo parte di ciò che ho perduto perdendo ciò che faticosamente dolorosamente avevo ritrovato.
essere il tutto di ogni cosa

Non sono in debito d&#8217;ossigeno eppure l&#8217;aria nei polmoni mi spinge in superficie [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Come voler raccogliere sassi a piene mani e toccare con la punta delle dita il fondo del contenitore.<br />
Così avverto le mie parole. Dure, ruvide, poche.<br />
Ritrovo parte di ciò che ho perduto perdendo ciò che <del datetime="2010-02-03T17:59:26+00:00">faticosamente</del> dolorosamente avevo ritrovato.</p>
<p><em>essere il tutto di ogni cosa<br />
</em><br />
Non sono in debito d&#8217;ossigeno eppure l&#8217;aria nei polmoni mi spinge in superficie e cerco qualunque cosa capace di ancorarmi ancora a questo fondo.</p>
<p><em>devo saziarmi gli occhi dei dettagli di questo abisso<br />
</em><br />
E manco a me stesso, come un traditore ad una promessa.</p>
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		<title>Equilibrista</title>
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		<pubDate>Mon, 18 Jan 2010 15:14:34 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Ogni cosa è ricerca di equilibrio.
Ogni fase della vita, dalla prima manifestazione al suo termine è un lungo camminare sulla fune tesa.
Siamo perennemente divisi tra un estremo ed il suo contrario. Precari, straziati, tormentati. Guardiamo ad un orizzonte interrogandoci sul suo opposto. Eternamente combattuti tra azione e verbo, solitudine e acclamazione, tra passione e morale, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Ogni cosa è ricerca di equilibrio.<br />
Ogni fase della vita, dalla prima manifestazione al suo termine è un lungo camminare sulla fune tesa.</p>
<p>Siamo perennemente divisi tra un estremo ed il suo contrario. Precari, straziati, tormentati. Guardiamo ad un orizzonte interrogandoci sul suo opposto. Eternamente combattuti tra azione e verbo, solitudine e acclamazione, tra passione e morale, desiderio ed etica, vizio e virtù.<span id="more-183"></span> Procediamo a colpi di remi nella corrente estenuante della bramosia di voler poter essere ogni cosa, e di ognuna, gustarne il sapore unico, esclusivo, liberatorio, appagante; certi  di portare il lume del nostro Tempo, celebrando l&#8217;esistenza illuminando ogni anfratto della Vita, misurandone la lunghezza, ridisegnandone le architetture, investendoci impazienti l&#8217;ardore della gioventù. </p>
<p>Poi, più in la, nell&#8217;incessante incedere tra le volte e le arcate in quella strana e meravigliosa dimora, si finisce per attardarsi in una stanza. La novità, ogni contrappasso, persino il ritentare la sorte, portare il proprio peso sull&#8217;altro piatto della bilancia, soffre già dell&#8217;esperienza della prima scelta, inquinando il sapore unico proprio di ogni nuova esperienza.</p>
<p>È una scommessa già perduta ad ogni estremo. Ogni volta si resta schiavi e guardiani di una frontiera che porta i nostri pensieri di veglia e ancor più i nostri sogni, oltre la trincea della conquista, al di la delle file ora nemiche ma, un giorno che fu, o che vorremmo fosse, nostre amiche. L&#8217;estremo si avvicina all&#8217;altro, il limitare di ogni fronte impavidamente si fronteggia e si confonde in una unica linea di divisione. Ma il passo oltre la soglia non è consentito. Urge il ripiegamento, la fuga. Disseminare gli indizi e procedere a ritroso e spogliarsi di tutto, tornare uomini. Liberi. Togliersi le vesti, i conformismi, i credo, tornare a sorridere mentre l&#8217;affanno della fuga ci sobbalza in petto come nuova vita, immaginando nuove vie, le possibilità a venire, le catene del nostro essere che cadono rumorosamente, e correndo, si va incontro a ciò che ieri credevamo fosse e chiamavamo, il nemico.</p>
<p>Fortunati quelli che non si interrogano, che non volgono mai lo sguardo indietro, quelli che non sibilano mai la preghiera per una seconda opportunità ad un dio che in fondo neanche conoscono. Fortunati quelli che posano un passo dopo l&#8217;altro, senza sospirare, senza mai interrogare con gli occhi il cielo. Posano i passi con fermezza senza avere mai le caviglie doloranti. Fortunati quelli che non pongono domande per non dover mai udire le risposte, o peggio, i silenzi che ne seguono. Fortunati quelli che tengono fermo nel petto il pendolo dell&#8217;anima come il vento risparmia nel parco l&#8217;altalena. Ma quale altalena può definirsi tale se non ha mai provato l&#8217;ebbrezza dell&#8217;oscillare, del tendere, facendo schioccare i cardini al limite?</p>
<p>Mai accade che dopo esser stati si possa tornare ad essere la negazione di ciò che si è stati con il medesimo abbandono, con autentico stupore, permeante delizia e feroce spregiudicatezza; perché ciò a cui andremo incontro sarà sempre a misura con il suo contrario, con ciò che ci capitò o decidemmo di essere, di vivere o di vedere, o anche, di sognare.</p>
<p>L&#8217;equilibrio. È come lanciare in aria una moneta e pretendere che non cada su nessun lato.</p>
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		<title>Pronto?</title>
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		<pubDate>Fri, 08 Jan 2010 16:18:29 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[E dopo, Continueremo a filosofare, giacché nasciamo apposta per questo, e ancorché sia sul vuoto, A che pro, io non lo so, Allora perché, Perché la filosofia ha bisogno tanto della morte come delle religioni, se filosofiamo è perché sappiamo che moriremo, monsieur de montaigne aveva già detto che filosofare è imparare a morire.
Le intermittenze [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<blockquote><p>E dopo, Continueremo a filosofare, giacché nasciamo apposta per questo, e ancorché sia sul vuoto, A che pro, io non lo so, Allora perché, Perché la filosofia ha bisogno tanto della morte come delle religioni, se filosofiamo è perché sappiamo che moriremo, monsieur de montaigne aveva già detto che filosofare è imparare a morire.</p>
<p><em>Le intermittenze della morte – José Saramago</em></p></blockquote>
<p>Tracciare un proprio ritratto su questa terra. Un qualcosa che susciti in quelli a venire un sussulto, una sensazione, o un piccolo disagio. <span id="more-165"></span><br />
Come un vento impetuoso padrone di un vicolo, che soffia e sbuffa nelle pieghe degli abiti di chi lo percorre; un&#8217;edera sulla facciata di una vecchia cascina, che sceglie adagiata sulla soglia del tempo che non la riguarda, lentamente la strada; un rovo al limitare di un sentiero che pizzica, graffia, sorprende e indispettisce; il riflesso di un tramonto in una finestra che si chiude, stasera e tutte le sere che sono state e che verranno, indovinando il momento con abilità e sincronismo da trapezista . O anche <em>quelle parole&#8230;</em> lette non ricordo dove, non ricordo bene, ma che sento qui, adagiate sul cuore.</p>
<p>Quando telefoniamo a qualcuno, non sappiamo mai cosa stia facendo, dove si trovi, cosa stia pensando o guardando e quali siano i suoi progetti immediati, l&#8217;azione che sta per compiere subitaneamente alla precedente che ha compiuto. Non conosciamo i dettagli ne cosa indossa. Ne possiamo indovinarne l&#8217;umore e la salute, chi ha incontrato o sentito prima di noi, e come questi abbiano influito nei suoi pensieri e nelle sue azioni. E certo, dopo di noi, tornerà ai suoi affari, alla routine quotidiana.<br />
Ecco, quell&#8217;attimo dopo aver sentito il telefono squillare, proprio nel momento in cui si risponde Pronto..? il tempo rimane sospeso per un istante e tutto il resto ne è escluso. L&#8217;attenzione si concentra nel respiro che segue la domanda di rito in attesa di risposta.</p>
<p>La morte non risponde. Lascia la cornetta appesa al filo. Senza riagganciare.</p>
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		<title>Libero</title>
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		<pubDate>Mon, 14 Dec 2009 23:12:12 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Sto leggendo un libro. Un libro pieno di speculazioni intellettuali.
Io non amo le speculazioni intellettuali. È come dedicare un&#8217;attenzione minuziosa ai dettagli  per prepararsi ad uscire e poi rimanere tutta la sera e la notte che segue a rimirarsi davanti lo specchio.
E invece bisogna uscire. Prima o poi si deve infilare l&#8217;aria nelle narici.
Odorarla [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Sto leggendo un libro. Un libro pieno di speculazioni intellettuali.<br />
Io non amo le speculazioni intellettuali. È come dedicare un&#8217;attenzione minuziosa ai dettagli  per prepararsi ad uscire e poi rimanere tutta la sera e la notte che segue a rimirarsi davanti lo specchio.<br />
E invece bisogna uscire. Prima o poi si deve infilare l&#8217;aria nelle narici.<br />
Odorarla la notte, capirla, sedurla, succhiarla e lasciare dentro di lei la tua impronta, con tutti i dettagli che hai preparato. Lasciarle fare la sua parte. </p>
<p>Sto leggendo un libro. In cui si parla della teoria dei pesci<span id="more-156"></span> negli acquari che non toccano mai il vetro, non sentono mai la necessità di andare oltre il limite dello spazio in cui si trovano.<br />
È il loro mondo. Il loro <em>specchio</em>. E a loro quello basta.<br />
Si dice che dividendo un acquario con una parete mobile, una volta tolta il pesce continuerà a muoversi nello stesso spazio in cui era confinato, senza andare oltre. Senza uscire nella <em>notte</em>.</p>
<p>Io sento l&#8217;urgenza di infrangere il vetro. In piccoli frammenti infinitesimali. Granelli poco più spessi della sabbia. Tanto da poterli sentire tra i polpastrelli senza tagliarcisi. Con intima soddisfazione.</p>
<p>Sento l&#8217;assoluta necessità di abbattere i miei limiti, i miei pregiudizi, la soglia dei miei pensieri, dei miei comportamenti. Sento l&#8217;urgenza di sconfinare sgretolando l&#8217;ingranaggio dei giorni; sentire girare il volano libero senza impedimenti, il respiro pieno e profondo, i movimenti del corpo ampi, agili e pieni del proprio essere. Un peso in equilibrio sul mondo. </p>
<p>Ho bisogno di vivere la sostanziale consapevolezza del mio esistere e di quelli che mi circondano. Di valutare profondamente le prospettive. Passare attraverso il sipario dell&#8217;essere. Marcare quella differenza che esiste tra chi paga il biglietto per andare a teatro e chi lo spettacolo lo vede da dietro le quinte, sapendo che in realtà Giulietta e Romeo sono due giovani che si odiano, che il balcone è di cartone e compensato e che il vaso è li a coprire una falla dello scenografo, che Mercuzio oggi ha la febbre e la nutrice è innamorata di Giulietta ma non osa dirglielo. Ma la gente vede solo la rappresentazione di Shakespeare. Solo rappresentazioni.</p>
<p>Ho benzina da dare alle fiamme senza una scintilla per dar fuoco alle corde.</p>
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		<title>Necessità e virtù</title>
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		<pubDate>Wed, 19 Nov 2008 12:53:24 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Non credo che qualcuno sentisse il bisogno di questo blog a parte me.
E credo che in fondo neanch’io ne senta veramente il bisogno. Certamente non di un blog.
E se tecnicamente lo è, probabilmente non lo è nelle intenzioni o nei fatti.
Il bisogno che ho è quello di riaffermare me stesso davanti ai miei occhi.
È di [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Non credo che qualcuno sentisse il bisogno di questo blog a parte me.</p>
<p>E credo che in fondo neanch’io ne senta veramente il bisogno. Certamente non di un blog.<br />
E se tecnicamente lo è, probabilmente non lo è nelle intenzioni o nei fatti.</p>
<p>Il bisogno che ho è quello di riaffermare me stesso davanti ai miei occhi.<br />
È di scoprire in questo viaggio cosa ne è rimasto di me; quanto la nostalgia possa essere un collante efficace ad una identità che ancora mi appartiene o se è solamente un ulteriore fardello da portare con se.</p>
<p><span id="more-8"></span></p>
<p>Appunti di Viaggio, riflessioni, strappi di pensieri, ritagli dell’anima, qualunque cosa riesca a dare forma e sostanza ad un identikit di un uomo che riparte sa se stesso verso il mondo e ritorno.</p>
<p>Verità vere o presunte<em> di questa Vita o dell&#8217;Altro.</em></p>
<p>Questo è il mio mondo. Chiunque tu sia, benvenuto.</p>
]]></content:encoded>
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