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	<title>s.Co(i)nvolto &#187; dell&#8217;Altro</title>
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	<description>della Vita e dell'Altro</description>
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		<title>Appunti</title>
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		<pubDate>Fri, 04 Feb 2011 08:58:54 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[La matematica è utile alla vita. 
Anche per quelli come me, che non hanno dimestichezza con i numeri. Con anni di scuola passati ad evitare i compiti e le interrogazioni, senza preoccuparsi di calcolare le probabilità di insuccesso.
La matematica è utile a contare le cose che hai da fare.
Quando le conti gli dai un peso [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>La matematica è utile alla vita. </p>
<p>Anche per quelli come me, che non hanno dimestichezza con i numeri. Con anni di scuola passati ad evitare i compiti e le interrogazioni, senza preoccuparsi di calcolare le probabilità di insuccesso.<br />
La matematica è utile a contare le cose che hai da fare.<br />
Quando le conti gli dai un peso specifico. Un&#8217;identità.<br />
 Non sono più <em>molte</em>, <em>tante</em>, <em>troppe</em> o una <em>infinità</em> di cose. Sono <em>quelle</em> cose.<br />
Un numero finito. Preciso, stabile, incontestabile. </p>
<p>Contare le cose mette ordine ed equilibrio.<br />
E un po&#8217; di tristezza. Ti ritrovi improvvisamente le tasche<br />
<span id="more-289"></span> piene di cose che non vorresti. O peggio, vuote di quelle che vorresti. Delle cose che vorresti ancora.<br />
Conti gli affetti, i successi, gli amici, conti le cose da fare, quelle che vorresti fare e quelle che devi, tuo malgrado anche quando vorresti <em>contare</em> di meno.<br />
Conti i chilometri che ti dividono dalle persone che contano da sole o contano solo quando stanno con te e per te. Conti i giorni che ti separano da un appuntamento, i mesi prima delle prossime vacanze, i minuti prima di uscire dal lavoro, il tempo in più di cui avresti bisogno per quel nuovo progetto che potrebbe dare nuovo ordine ai tuoi numeri e farti contare da capo.</p>
<p>Se il prof  mi avesse spiegato che la matematica sarebbe stata utile almeno per dare una forma alla propria vita, una qualche rappresentaziione delle nostre lunghezze, una media delle nostre ansie e delle nostre certezze, del nostro coraggio e delle nostre paure, la nostre felicità al netto dei dolori, forse io la matematica l&#8217;avrei studiata. </p>
<p>O magari nelle ore di lezioni, invece di scarabocchiare ai margini del libro avrei disegnato un mondo pieno di numeri.</p>
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		<title>Talento</title>
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		<pubDate>Thu, 04 Mar 2010 18:28:32 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Disegnare, è la cosa più primitiva di cui io sia capace.
L&#8217;ultimo appiglio. Il primo approdo.
È qualcosa di viscerale, gutturale, profondo, di aderente all&#8217;anima come una pellicola di pelle, nervi e arterie.
Disegno per vomitare, espellendo quello che mi fa male, che mi sta uccidendo. Per esorcizzarlo, trovarlo li davanti agli occhi, inchiodato su un foglio,
realmente minaccioso [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Disegnare, è la cosa più primitiva di cui io sia capace.<br />
L&#8217;ultimo appiglio. Il primo approdo.<br />
È qualcosa di viscerale, gutturale, profondo, di aderente all&#8217;anima come una pellicola di pelle, nervi e arterie.</p>
<p>Disegno per vomitare, espellendo quello che mi fa male, che mi sta uccidendo. Per esorcizzarlo, trovarlo li davanti agli occhi, inchiodato su un foglio,</p>
<p><span id="more-249"></span>realmente minaccioso o metaforicamente proiettato. Per odiarlo o per amarlo, gettarlo o donarlo. Mai possederlo.</p>
<p><em>Traccio grafite sul foglio come gettassi rune nel fuoco<br />
</em><br />
Dovrei imparare a domarlo questo talento. Dedicargli maggiore cure, irretire il suo essere brado. Lasciare che si impenni fino a quando non smette di roteare gli occhi e di dilatare le narici. Dovrei curarmi di lui.</p>
<p>Così che lui possa prendersi cura di me.</p>
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		<title>Don(&#8216;t)</title>
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		<pubDate>Tue, 16 Feb 2010 17:59:02 +0000</pubDate>
		<dc:creator>m3rl1n0</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Avevamo immaginato, ognuno a suo modo, uno scorrere del Tempo e della nostra vita comune, certamente diverso da questo.
Tu Maestro ed io allievo di un&#8217;Arte che non si può insegnare: vivere.
Ricordo le mattine prive di catene e di obblighi, un sole pieno su luoghi in cui i pomeriggi avrebbero visto intrecciarsi storie, vite, parole, sussulti [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Avevamo immaginato, ognuno a suo modo, uno scorrere del Tempo e della nostra vita comune, certamente diverso da questo.<br />
Tu Maestro ed io allievo di un&#8217;Arte che non si può insegnare: vivere.<br />
Ricordo le mattine prive di catene e di obblighi, un sole pieno su luoghi in cui i pomeriggi avrebbero visto intrecciarsi storie, vite, parole, sussulti di una umanità destinata a ridurre con il tempo i propri orizzonti, a rinvangare la propria esistenza per trovarvi ancora tracce di fertilità mentre l&#8217;ultima stagione buona lascia posto al prossimo inverno; la si poteva osservare dall&#8217;alto, attenderne l&#8217;odore, mentre mi muovevo con sicurezza nel tuo mondo, sentendo tra le mani le redini della mio divenire.<br />
Attendevo che tutto e tutti venissero a me, <span id="more-220"></span>che la vita fluisse nei suoi larghi corridoi, come un ospite che fa gli onori di casa, come fosse stato possibile scommettere sul destino di ciascuno di loro.<br />
Sulla lingua il sapore languido della consapevolezza mentre aprivo gli occhi a cose che nessuno di loro, forse, avrebbe mai veduto o creduto.</p>
<p>Odore di tabacco e legno, dialoghi fluenti lubrificati dall&#8217;alcool, notti fredde e stellate di ombre d&#8217;umanità.<br />
Il pensiero vigile e assetato di filosofia, di letteratura, di poesia, di musica, d&#8217;arte. E poi la politica, la medicina, la psicologia, la teologia; Ognuno padrone assoluto dei propri talenti. Erano tutti li davanti a noi, presenti nel piatto al tavolo del grande Giuoco.</p>
<p><em> usare la percezione come il magnete l&#8217;ago, sulla bussola della conoscenza.<br />
</em></p>
<p>La nostra storia senza storia con una storia da costruire per essere a sua volta storia.<br />
Narciso e Boccadoro, l&#8217;uno mirabile e ammirabile in Castalia e l&#8217;altro adorante di un Teatro solo per pazzi.<br />
Tu grande stratega di un gioco che non hai mai amato, e che io amandolo ho sempre giocato, disegnando quadrati bianchi e neri sotto un indecifrabile destino.</p>
<p>E così come  i generali tengono diari per demandare strategie ed esperienze a chi gli succederà, dimentichi che gli eserciti sono composti da un&#8217;unità di anime, fatte di piccoli uomini, di umori incerti, di lievi e grandi dolori, di paure notturne al limitare dell&#8217;alba, di sonni disturbati prima della battaglia, di pensieri amari per le occasioni perdute, di imprevedibili casualità, hai demandato a me le tue battaglie, cedendomi il binocolo, le carte, i cimeli, i portafortuna e i simboli, credendo in me, immaginando ch&#8217;io trovassi il punto dove piantare il compasso e far ruotare la punta fino a disegnare un arco capace di arginare l&#8217;umana follia, loro o nostra, poco importa. Purché porvi limite. O avere certezza che non fosse mai possibile.</p>
<p>Abbiamo finito per imparare ognuno dai propri errori senza mai imparare da quelli dell&#8217;altro, cedendo alle stesse trappole, ad inganni gemelli, a piaceri placebi.<br />
Il nostro rapporto, i nostri dialoghi, il nostro modo d&#8217;intenderci è rimasto indecifrabile a chiunque ci conosceva, perfino a chi, ognuno a suo modo, credeva si saperci, di indovinarci.<br />
E adesso è così difficile esprimere quello che provo, la rabbia, il disorientamento, l&#8217;inconfessabile sconfitta.</p>
<p><em>le parole si perdono come i legami attraverso gli anni<br />
</em><br />
Troppe le cose che non so, quelle che non mi hai mai detto. Troppi i patti impliciti a cui siamo scesi. Troppe volte ho dovuto difendere ciò che non conoscevo e respingere le accuse che formavano insidiose verità.<br />
L&#8217;unica colpa è quella di non dire. Se è vero che c&#8217;è chi verrà ad elemosinare parole, ci sarà chi sul tuo silenzio saprà erigerti il patibolo.<br />
Non si tratta di giustificare, ne di dover spiegare. Coinvolgere. Questo si. Coinvolgere un fratello, un figlio, un discepolo, quell&#8217;altro te allo specchio che la vita ha generato irrimediabilmente solingo, funestamente errante nelle pieghe dell&#8217;esistenza. Avresti potuto trovare rifugio.</p>
<p>&#8220;magari al mio fianco potessi avere e contare su uno come me&#8221;. E avevi <em>uno come te</em> davanti; mentre lo dicevi, mentre non mi vedevi, mentre non volevi vederlo. Perché significherebbe sottoporsi ad un insindacabile e inaccettabile giudizio, accettare il rimprovero, tornare ad avere qualcuno a cui chiedere scusa, qualcuno a cui arrendersi, a cui mostrarsi. Tu, cos&#8217; abituato a nasconderti sotto i riflettori in piena scena, scegliendo il ruolo più incredibile, l&#8217;unico forse, che ti consentisse di interpretarne altri cento. Magistralmente, follemente, perfettamente, sbavature comprese.</p>
<p><em>sempre troppo poco trucco sotto troppa tanta pioggia<br />
</em></p>
<p>Poi i silenzi per il troppo fiato speso per le proprie vite. Così intensamente vissute da non poter essere raccontate. E tutte quelle menzogne con le quali ci siamo ubriacati, intossicati, drogati;  quelle che ci attribuiscono e quelle che da soli talmente spesso ci ripetiamo, che finiamo per crederci; finiscono per essere la nostra unica verità.</p>
<p>L&#8217;altare al quel sacrifichiamo molte delle tante alternative possibili. La nostra condanna.</p>
<p>I fili del discorso che non si riprendono, si tendono, e ogni volta che si riannodano si spezzano. Si tende a parlare di quello che crediamo sia il territorio dell&#8217;altro, inciampando.</p>
<p>Potevamo essere una  famiglia, o almeno una squadra. Invece siamo divenuti il porto in cui attraccare quando il mare apriva il maelström davanti alla nostra prua, senza mai scendere davvero, attendendo acque appena più sicure.</p>
<p>E ora in cui non sapevo dove trovarti, dove parlarti senza trovarmi davanti l&#8217;ennesima nemesi, il personaggio che ha sovrastato il maestro; ora in cui il mio maelström sembra quasi avere esaurito la sua minaccia, ora che avrei potuto trovare la forza di spiegarti, per parlarti, per raccontarti chi e cosa sono e mostrarti chi e cosa sei ai miei occhi oggi, sei sempre tu ad anticiparmi con l&#8217;ennesimo <em>coup de théâtre.</em></p>
<p>Un nuovo silenzio che hai portato dentro per lungo tempo, una nuova paura da non condividere ti costringe ad abbandonare la scena. Né cosa né perché. Questo è quello che mi concedi di sapere. Senza repliche al freddo di poco più di 160 caratteri.</p>
<p>Senza più mappe, cimeli, binocoli e portafortuna per ritrovarti o compassi per disegnare nuove rotte, o calcare nuove dighe. Mi condanni qui sul ciglio di questo molo a vegliare l&#8217;orizzonte senza sapere se mai rivedrò le tue vele tornare. Si chiama tagliare via. Un&#8217;appendice. Inesorabilmente. Forse fa più male a te che a me. Ma tu hai scelto. A me, non ne hai dato la possibilità. Non hai trovato una sola risposta per esaurire il mio rancore. Né allievo, né fratello. Né famiglia, né squadra. Niente più. Uno dei tanti.</p>
<p>E che tanto (non) mi basti.</p>
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		<title>Parole</title>
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		<pubDate>Wed, 03 Feb 2010 17:59:03 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Come voler raccogliere sassi a piene mani e toccare con la punta delle dita il fondo del contenitore.
Così avverto le mie parole. Dure, ruvide, poche.
Ritrovo parte di ciò che ho perduto perdendo ciò che faticosamente dolorosamente avevo ritrovato.
essere il tutto di ogni cosa

Non sono in debito d&#8217;ossigeno eppure l&#8217;aria nei polmoni mi spinge in superficie [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Come voler raccogliere sassi a piene mani e toccare con la punta delle dita il fondo del contenitore.<br />
Così avverto le mie parole. Dure, ruvide, poche.<br />
Ritrovo parte di ciò che ho perduto perdendo ciò che <del datetime="2010-02-03T17:59:26+00:00">faticosamente</del> dolorosamente avevo ritrovato.</p>
<p><em>essere il tutto di ogni cosa<br />
</em><br />
Non sono in debito d&#8217;ossigeno eppure l&#8217;aria nei polmoni mi spinge in superficie e cerco qualunque cosa capace di ancorarmi ancora a questo fondo.</p>
<p><em>devo saziarmi gli occhi dei dettagli di questo abisso<br />
</em><br />
E manco a me stesso, come un traditore ad una promessa.</p>
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		<title>Fili</title>
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		<pubDate>Thu, 21 Jan 2010 09:31:10 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[A volte mi perdo.
Perdo il filo dei pensieri, il filo del discorso, il filo logico di quello che stavo facendo. 
e cado in un incanto
Cristallizzato in un limbo sordo.
Poi con le dita cerco a ritroso il filo trovando quello affilato della realtà.
e sanguino
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>A volte mi perdo.<br />
Perdo il filo dei pensieri, il filo del discorso, il filo logico di quello che stavo facendo. </p>
<p><em>e cado in un incanto</em></p>
<p>Cristallizzato in un limbo sordo.<br />
Poi con le dita cerco a ritroso il filo trovando quello affilato della realtà.</p>
<p><em>e sanguino</em></p>
]]></content:encoded>
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		<title>Paure</title>
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		<pubDate>Wed, 20 Jan 2010 11:54:44 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Le paure non sempre sono semplicemente tali. A volte, sono solamente il mantello in cui si avvolge il buon senso.
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Le paure non sempre sono semplicemente tali. A volte, sono solamente il mantello in cui si avvolge il buon senso.</p>
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		<title>Equilibrista</title>
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		<pubDate>Mon, 18 Jan 2010 15:14:34 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Ogni cosa è ricerca di equilibrio.
Ogni fase della vita, dalla prima manifestazione al suo termine è un lungo camminare sulla fune tesa.
Siamo perennemente divisi tra un estremo ed il suo contrario. Precari, straziati, tormentati. Guardiamo ad un orizzonte interrogandoci sul suo opposto. Eternamente combattuti tra azione e verbo, solitudine e acclamazione, tra passione e morale, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Ogni cosa è ricerca di equilibrio.<br />
Ogni fase della vita, dalla prima manifestazione al suo termine è un lungo camminare sulla fune tesa.</p>
<p>Siamo perennemente divisi tra un estremo ed il suo contrario. Precari, straziati, tormentati. Guardiamo ad un orizzonte interrogandoci sul suo opposto. Eternamente combattuti tra azione e verbo, solitudine e acclamazione, tra passione e morale, desiderio ed etica, vizio e virtù.<span id="more-183"></span> Procediamo a colpi di remi nella corrente estenuante della bramosia di voler poter essere ogni cosa, e di ognuna, gustarne il sapore unico, esclusivo, liberatorio, appagante; certi  di portare il lume del nostro Tempo, celebrando l&#8217;esistenza illuminando ogni anfratto della Vita, misurandone la lunghezza, ridisegnandone le architetture, investendoci impazienti l&#8217;ardore della gioventù. </p>
<p>Poi, più in la, nell&#8217;incessante incedere tra le volte e le arcate in quella strana e meravigliosa dimora, si finisce per attardarsi in una stanza. La novità, ogni contrappasso, persino il ritentare la sorte, portare il proprio peso sull&#8217;altro piatto della bilancia, soffre già dell&#8217;esperienza della prima scelta, inquinando il sapore unico proprio di ogni nuova esperienza.</p>
<p>È una scommessa già perduta ad ogni estremo. Ogni volta si resta schiavi e guardiani di una frontiera che porta i nostri pensieri di veglia e ancor più i nostri sogni, oltre la trincea della conquista, al di la delle file ora nemiche ma, un giorno che fu, o che vorremmo fosse, nostre amiche. L&#8217;estremo si avvicina all&#8217;altro, il limitare di ogni fronte impavidamente si fronteggia e si confonde in una unica linea di divisione. Ma il passo oltre la soglia non è consentito. Urge il ripiegamento, la fuga. Disseminare gli indizi e procedere a ritroso e spogliarsi di tutto, tornare uomini. Liberi. Togliersi le vesti, i conformismi, i credo, tornare a sorridere mentre l&#8217;affanno della fuga ci sobbalza in petto come nuova vita, immaginando nuove vie, le possibilità a venire, le catene del nostro essere che cadono rumorosamente, e correndo, si va incontro a ciò che ieri credevamo fosse e chiamavamo, il nemico.</p>
<p>Fortunati quelli che non si interrogano, che non volgono mai lo sguardo indietro, quelli che non sibilano mai la preghiera per una seconda opportunità ad un dio che in fondo neanche conoscono. Fortunati quelli che posano un passo dopo l&#8217;altro, senza sospirare, senza mai interrogare con gli occhi il cielo. Posano i passi con fermezza senza avere mai le caviglie doloranti. Fortunati quelli che non pongono domande per non dover mai udire le risposte, o peggio, i silenzi che ne seguono. Fortunati quelli che tengono fermo nel petto il pendolo dell&#8217;anima come il vento risparmia nel parco l&#8217;altalena. Ma quale altalena può definirsi tale se non ha mai provato l&#8217;ebbrezza dell&#8217;oscillare, del tendere, facendo schioccare i cardini al limite?</p>
<p>Mai accade che dopo esser stati si possa tornare ad essere la negazione di ciò che si è stati con il medesimo abbandono, con autentico stupore, permeante delizia e feroce spregiudicatezza; perché ciò a cui andremo incontro sarà sempre a misura con il suo contrario, con ciò che ci capitò o decidemmo di essere, di vivere o di vedere, o anche, di sognare.</p>
<p>L&#8217;equilibrio. È come lanciare in aria una moneta e pretendere che non cada su nessun lato.</p>
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