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// martedì 16 febbraio 2010 // Frammenti, dell'Altro

Avevamo immaginato, ognuno a suo modo, uno scorrere del Tempo e della nostra vita comune, certamente diverso da questo.
Tu Maestro ed io allievo di un’Arte che non si può insegnare: vivere.
Ricordo le mattine prive di catene e di obblighi, un sole pieno su luoghi in cui i pomeriggi avrebbero visto intrecciarsi storie, vite, parole, sussulti di una umanità destinata a ridurre con il tempo i propri orizzonti, a rinvangare la propria esistenza per trovarvi ancora tracce di fertilità mentre l’ultima stagione buona lascia posto al prossimo inverno; la si poteva osservare dall’alto, attenderne l’odore, mentre mi muovevo con sicurezza nel tuo mondo, sentendo tra le mani le redini della mio divenire.
Attendevo che tutto e tutti venissero a me, che la vita fluisse nei suoi larghi corridoi, come un ospite che fa gli onori di casa, come fosse stato possibile scommettere sul destino di ciascuno di loro.
Sulla lingua il sapore languido della consapevolezza mentre aprivo gli occhi a cose che nessuno di loro, forse, avrebbe mai veduto o creduto.

Odore di tabacco e legno, dialoghi fluenti lubrificati dall’alcool, notti fredde e stellate di ombre d’umanità.
Il pensiero vigile e assetato di filosofia, di letteratura, di poesia, di musica, d’arte. E poi la politica, la medicina, la psicologia, la teologia; Ognuno padrone assoluto dei propri talenti. Erano tutti li davanti a noi, presenti nel piatto al tavolo del grande Giuoco.

usare la percezione come il magnete l’ago, sulla bussola della conoscenza.

La nostra storia senza storia con una storia da costruire per essere a sua volta storia.
Narciso e Boccadoro, l’uno mirabile e ammirabile in Castalia e l’altro adorante di un Teatro solo per pazzi.
Tu grande stratega di un gioco che non hai mai amato, e che io amandolo ho sempre giocato, disegnando quadrati bianchi e neri sotto un indecifrabile destino.

E così come i generali tengono diari per demandare strategie ed esperienze a chi gli succederà, dimentichi che gli eserciti sono composti da un’unità di anime, fatte di piccoli uomini, di umori incerti, di lievi e grandi dolori, di paure notturne al limitare dell’alba, di sonni disturbati prima della battaglia, di pensieri amari per le occasioni perdute, di imprevedibili casualità, hai demandato a me le tue battaglie, cedendomi il binocolo, le carte, i cimeli, i portafortuna e i simboli, credendo in me, immaginando ch’io trovassi il punto dove piantare il compasso e far ruotare la punta fino a disegnare un arco capace di arginare l’umana follia, loro o nostra, poco importa. Purché porvi limite. O avere certezza che non fosse mai possibile.

Abbiamo finito per imparare ognuno dai propri errori senza mai imparare da quelli dell’altro, cedendo alle stesse trappole, ad inganni gemelli, a piaceri placebi.
Il nostro rapporto, i nostri dialoghi, il nostro modo d’intenderci è rimasto indecifrabile a chiunque ci conosceva, perfino a chi, ognuno a suo modo, credeva si saperci, di indovinarci.
E adesso è così difficile esprimere quello che provo, la rabbia, il disorientamento, l’inconfessabile sconfitta.

le parole si perdono come i legami attraverso gli anni

Troppe le cose che non so, quelle che non mi hai mai detto. Troppi i patti impliciti a cui siamo scesi. Troppe volte ho dovuto difendere ciò che non conoscevo e respingere le accuse che formavano insidiose verità.
L’unica colpa è quella di non dire. Se è vero che c’è chi verrà ad elemosinare parole, ci sarà chi sul tuo silenzio saprà erigerti il patibolo.
Non si tratta di giustificare, ne di dover spiegare. Coinvolgere. Questo si. Coinvolgere un fratello, un figlio, un discepolo, quell’altro te allo specchio che la vita ha generato irrimediabilmente solingo, funestamente errante nelle pieghe dell’esistenza. Avresti potuto trovare rifugio.

“magari al mio fianco potessi avere e contare su uno come me”. E avevi uno come te davanti; mentre lo dicevi, mentre non mi vedevi, mentre non volevi vederlo. Perché significherebbe sottoporsi ad un insindacabile e inaccettabile giudizio, accettare il rimprovero, tornare ad avere qualcuno a cui chiedere scusa, qualcuno a cui arrendersi, a cui mostrarsi. Tu, cos’ abituato a nasconderti sotto i riflettori in piena scena, scegliendo il ruolo più incredibile, l’unico forse, che ti consentisse di interpretarne altri cento. Magistralmente, follemente, perfettamente, sbavature comprese.

sempre troppo poco trucco sotto troppa tanta pioggia

Poi i silenzi per il troppo fiato speso per le proprie vite. Così intensamente vissute da non poter essere raccontate. E tutte quelle menzogne con le quali ci siamo ubriacati, intossicati, drogati;  quelle che ci attribuiscono e quelle che da soli talmente spesso ci ripetiamo, che finiamo per crederci; finiscono per essere la nostra unica verità.

L’altare al quel sacrifichiamo molte delle tante alternative possibili. La nostra condanna.

I fili del discorso che non si riprendono, si tendono, e ogni volta che si riannodano si spezzano. Si tende a parlare di quello che crediamo sia il territorio dell’altro, inciampando.

Potevamo essere una  famiglia, o almeno una squadra. Invece siamo divenuti il porto in cui attraccare quando il mare apriva il maelström davanti alla nostra prua, senza mai scendere davvero, attendendo acque appena più sicure.

E ora in cui non sapevo dove trovarti, dove parlarti senza trovarmi davanti l’ennesima nemesi, il personaggio che ha sovrastato il maestro; ora in cui il mio maelström sembra quasi avere esaurito la sua minaccia, ora che avrei potuto trovare la forza di spiegarti, per parlarti, per raccontarti chi e cosa sono e mostrarti chi e cosa sei ai miei occhi oggi, sei sempre tu ad anticiparmi con l’ennesimo coup de théâtre.

Un nuovo silenzio che hai portato dentro per lungo tempo, una nuova paura da non condividere ti costringe ad abbandonare la scena. Né cosa né perché. Questo è quello che mi concedi di sapere. Senza repliche al freddo di poco più di 160 caratteri.

Senza più mappe, cimeli, binocoli e portafortuna per ritrovarti o compassi per disegnare nuove rotte, o calcare nuove dighe. Mi condanni qui sul ciglio di questo molo a vegliare l’orizzonte senza sapere se mai rivedrò le tue vele tornare. Si chiama tagliare via. Un’appendice. Inesorabilmente. Forse fa più male a te che a me. Ma tu hai scelto. A me, non ne hai dato la possibilità. Non hai trovato una sola risposta per esaurire il mio rancore. Né allievo, né fratello. Né famiglia, né squadra. Niente più. Uno dei tanti.

E che tanto (non) mi basti.

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