Manichini quasi imperfetti
// mercoledì 9 dicembre 2009 // Frammenti, dell'Altro
Sono un esteta. Amo il bello in senso assoluto. Ricerco la bellezza nella perfezione, nella composizione dei dettagli, in quella tensione assoluta dove nulla è più perfettibile. Allora, quello, diviene inequivocabilmente bello. Quando in chi osserva si generano emozioni, sensazioni. Quando entrano in gioco, attraverso la vista, tutti gli altri sensi. Percezioni tattili di materie, oggetti, tessuti, mani, animali, volti; melodie nella testa o l’urgenza di ascoltare una canzone di cui non si ricorda più il titolo ma che fa così; il desiderio di respirare a fondo un particolare odore; l’emergere in bocca di quel sapore che ti prende la gola, quella voglia che catalizza languidamente la lingua che schiocca nel palato toccando furtivamente le labbra. Quando quello che stai osservando è così bello da trasportarti in altri luoghi, facendo di te un assoluto protagonista, quello è bello.
La bellezza è perfezione. La precisione del caos, l’essenzialità del molto, le molteplici forme dell’essenziale.
Non necessariamente è ordine, ricchezza, lustro, eccesso o lusso. Anzi. La perfezione può essere imperfezione.
Anche l’imperfezione, a modo suo, per essere tale deve essere perfetta. Se fosse quasi imperfetta non sarebbe perfettamente imperfetta. E quindi non sarebbe perfetta a tal punto da essere perfettamente imperfetta.
Personalmente ricerco il bello continuamente in ogni cosa. Nelle proporzioni dei volti delle persone che incontro e che mi trovo incantato a spiare, nelle linee che distanziano gli elementi che lo rendono unico: la curva di una ruga d’espressione, la luminosità degli occhi, la carnosità delle labbra, l’equilibrio nel proporre la propria immagine al mondo; la cerco negli oggetti, nei materiali che li restituisce al mondo, nelle finiture, nell’assemblaggio, nelle proporzioni, nel design; la ricerco nelle associazioni dei colori, trovando acrobazie cromatiche inaspettate, simbiotiche, perfette e casuali come se quei due o più colori non possano esistere se non coesistendo; come se quella ritrovata bellezza sia un dono che ognuno fa all’altro, che altrimenti ognuno per sé sarebbe un colore a cui nessuno presterebbe attenzione. Sarebbero perfettibili. Né perfetti, né imperfetti. Nel purgatorio della ricerca. Schivati dagli occhi senza splendore alcuno.
Ho una predilezione particolare per l’abbigliamento anche se non amo andare per negozi. Abbigliamento maschile o femminile è indifferente, ma devo ammettere che ho un’amore viscerale per quello femminile. Mi intriga per le infinite varianti della composizione di uno stile, per la sorprendente influenza che può avere un accessorio nel raggiungimento della perfezione estetica quando tutto appare slegato. Ecco lì. Una catena, una cinta, una spilla, un bracciale o una collana, una scarpa o una borsa o un bottone ed un orecchino e la composizione è perfetta.
Credo di avere questa mania dell’estetica scritta profondamente nel dna; in più, immagino, ha contribuito ad alimentare questa estasiata meraviglia per il bello l’aver frequentato un istituto superiore per cinque anni, circondato da centinaia di ragazze dedite all’attività di figurinista meglio identificata come stilista di moda. Io no. Grafico pubblicitario, Tecnico grafico pubblicitario, per l’esattezza.
In questi giorni, osservando le vetrine mi sono confidato che si “ci sono una serie di stili che mi piacerebbe adottare perché sento miei” e che no “non posso indossare perché non farebbero certo la figura che fanno sul manichino”.
No, non sono alto un metro e sessanta e non peso 90 chili, ma non ho la forma esile e allungata di un manichino sul quale puoi mettere qualunque cosa.
Non rappresento quel canone di perfezione. Sono perfettibile. Lo sarò in qualunque facciata del mio prisma, che non saranno mai in grado di scomporre la luce in modo perfetto.
Non ho potuto fare a meno di ricordare tutti i modelli disegnati dalle mie ex compagne di scuola, dove i canoni su cui modellare le loro idee avevano irrimediabilmente gli stessi criteri. Lunghi, slanciati, esili. E le persone perfettibili? Gli esseri umani? Variazioni di taglia perfettibili, deformità della perfezione dell’idea originale adattate alla bell’e meglio su una scala standardizzata (ne siamo certi?), senza ricerca alcuna della perfezione originale sulla nuova versione in scala.
Nel mio lavoro non siamo così sfacciatamente fortunati approssimativi come gli stilisti, che gettano su un manichino standard la loro idea e che il mondo si impicchi se non gli calza ed il messaggio di perfezione non arriva.
Nel mio lavoro l’idea creativa deve avere la stessa spinta emotiva per qualunque formato su cui questa sarà riportata. L’adattamento segue gli stessi criteri, la stessa ricerca della perfezione dell’idea originale. Non si fa la Cappella Sistina se deve essere messa su un francobollo. Di contro non si realizza un pittogramma se lo spazio disponibile è la Cappella Sistina. Ma si cercano varianti perfette in cui la forma espressiva raggiunga lo stesso risultato e nel caso lo spazio non sia adeguato al messaggio, si consiglia di non farlo. Che non farebbe la stessa figura.
Ci vorrebbe maggiore accortezza, nel rivedere un figurino rapportato a taglie reali, e considerare cose comuni come la vestibilità, il comfort e la bellezza rapportata alla taglia. La ricerca della perfezione attraverso il dettaglio.
Ho la sensazione che la moda ricerchi nuovi materiali ma dimentichi metodicamente chi dovrebbe indossarli e a volte, anche in quale contesto e in quale stagione.
La perfezione è la ricerca delle curve di un capo d’abbigliamento modellato su di un corpo che svolga un’attività mediamente superiore all’andirivieni di 45 secondi su di una passerella o alla triste staticità di un manichino dallo sguardo vitreo.
Mi piacerebbe vedere con maggior frequenza l’agio dei propri abiti nei volti di chi li indossa e non una scomoda acrobazia all’interno di un tessuto o un modello imposto un contesto sociale o da una moda perfettibile. Sarebbe un passo verso una perfezione non solo estetica ma anche interiore capace di rendere la nostra intima quotidianità certamente perfettibile, ma profondamente più serena, da indossare umanamente ogni giorno.
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