In guardia

// martedì 24 novembre 2009 // Riflessi

È così. Quando si perde una battaglia e si rimane feriti nel profondo. Quando si è colti alle spalle mentre nessuna minaccia sembrava incombente. Quando l’accidente giunge speronando il corso normale della propria esistenza e l’incidente è incomprensibilmente più tragico in proporzione alla causa. Quando l’anima, la percezione, la ragione, il pensiero, la forza, lo spirito e tutte quelle sfaccettature che tratteggiano la natura di un uomo vengono spinte nel baratro senza luce. Messe in un sacco e spinte giu. Neanche la luce dell’ingannevole sole che ha guardato Icaro precipitare. Neanche quel tepore a comprendere il carattere della sconfitta. Il buio. Il freddo. Il tradimento. Le vertigini. Il vuoto. Nessun appiglio, nessuna arma. Nemmeno le proprie facoltà per orientarsi. Rubate e gettate chissà dove.

La caduta.

Capita di ritrovarsi storditi e doloranti. Il fragore della battaglia in cui si è stati unicamente vittime senza poter essere carnefici continua a confondere la percezione. Come un incubo che torna a sovrapporsi alla realtà in notti tormentate e febbricitanti.
Poi, quando la luce torna a rendere al mondo circostante colori e forme dopo averle prestate all’oscurità più nera, riemergono rapide come il sole all’orizzonte, le ferite, le castrazioni, i dolori, la tensione innaturale dei muscoli, il bruciore della violazione del corpo appiccicoso di sangue sui tagli sudici e imbrattati. E tutto questo non ha fisicità. Non può essere pulito, medicato, recuperato, cauterizzato, calmato. Non si hanno stime dei tempi, un “dottore, allora? la prognosi?”. Non si possono fare piani. Non puoi guardare alla nuova battaglia immaginando scene eroiche, proiettarti nella battaglia, anche se sai che non saranno mai le stesse che hai pensato, mai come le avresti volute, mai eroiche. Non saranno mai. È tutto dentro di te. E il tuo corpo non risponde. Senti i dolori dell’alba, ma il sole non è sorto. Nemmeno oggi.

Resti intimamente brutalizzato. Reciso alle radici. Estirpato dalla quotidianità. Niente ha più il peso che aveva prima. Nemmeno le cose semplici sono più tali e la leggerezza è solo un concetto da contemplare.

L’attesa.

Non puoi far altro che attendere. Attendere che tutto passi. Che torni come prima o diverso da ora. Ma non così. Non più. Arma alla mano, sentinella del proprio esistere, rimango in guardia a perscrutare l’orizzonte scongiurando che il nemico non ritorni. Aggrappato o appeso al mio fucile, nocche bianche,  elmetto basso e sguardo stanco. Mi arrendo alla notte che dormo correndo verso l’alba. Il dorso della mano sfrega gli occhi a togliere il velo di un sonno mai amico. E un’altro giorno a puntare l’orizzonte. In guardia. Perennemente in guardia.

2 Responses to “In guardia”

  1. did scrive:

    nei miei feed, se non ti dispiace.. u.u

  2. m3rl1n0 scrive:

    you’re welcome!

Leave a Reply

Additional comments powered by BackType